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L’abbazia di Santa Bona a Vidor

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Maurizia Manto, che ha pubblicato recentemente una ricerca di carattere divulgativo dal titolo L’abbazia benedettina di Santa Bona a Vidor, martedì 20 ottobre 2020 presenterà nella Sala riunioni della nostra Università la storia millenaria dell’abbazia e il giorno seguente ci accompagnerà a visitarla.

Presentazione di Maurizia Manto
Per conoscere una pagina importante della nostra storia

L’abbazia di Santa Bona in Vidor è inserita in uno dei più begli angoli dell’Alto Trevigiano, lontana dalle attuali vie di comunicazione, circondata da un muro di sassi che delimita l’ampia estensione del  giardino e della collina attigua. Per raggiungerla bisogna partire dalla piazza della chiesa parrocchiale di Vidor, prendere via Bressana e percorrerla fino in fondo.
Appena sotto lo sperone roccioso sul quale fu costruita si trovava l’antico porto sul Piave, cui faceva capo un servizio di traghetto, fino alla costruzione nel 1871 del primo ponte di legno, unico collegamento con Covolo di Pederobba sull’altra sponda.
L’abbazia rappresenta per Vidor e per tutto il territorio circostante un vero gioiello di arte, cultura e storia, giunta miracolosamente fino a noi attraverso i tempi, ripristinata dopo le gravissime distruzioni subite durante la Prima guerra mondiale.
La chiesa abbaziale, consacrata, fu costruita dal 1107 al 1110 in stile romanico ed è intitolata a Santa Bona, una vergine egiziana, le cui reliquie sono conservate in un’urna posta dietro l’altare maggiore.

Antico attracco del traghetto sul Piave

Il chiostro, al quale si accede attraverso una porticina considerata autentica, è a pianta quadrata, con sei colonne per lato e con tre colonne d’angolo annodate, dette ofitiche dal greco ophis, in italiano serpente. Il chiostro fu costruito dal 1262 al 1283 in uno stile tendente al gotico, forse dagli stessi mastri lapicidi che operarono per la costruzione del chiostro di Follina.
Sulla sua parete ad est un affresco, datato dallo studioso Cavalcaselle intorno al 1459, costituisce, per gli elementi che contiene, quasi un libro aperto sulla vita dell’abbazia, infatti, accanto alla Madonna e ai Santi, sono raffigurati i monaci, una rocca e un pellegrino. Dal chiostro si accede al refettorio e alla sala del capitolo.

Il chiostro

L’atmosfera che si respira in ogni angolo dell’abbazia è di autentica spiritualità, perché tutto è avvolto nel silenzio, nelle luci e nelle ombre create da un’ architettura che conserva ancora la purezza dello stile benedettino.


Una storia millenaria
 Il monastero nacque in seguito ad una donazione che Giovanni da Vidor compì il giorno 8 agosto 1106 con un atto scritto, la cui copia autentica è conservata  tra le carte dell’archivio di Pomposa presso il monastero benedettino di Montecassino.
Il grande feudatario, reduce dalla prima crociata, dopo aver superato difficoltà di ogni genere, voleva far nascere nel suo paese un centro che diventasse motore di sviluppo per tutto il territorio circostante. E così fu.
I monaci, arrivati da Pomposa, portarono nuove conoscenze in campo agricolo, dissodarono mille ettari di terra paludosa e malsana creando i famosi Palù, riportarono le popolazioni sbandate alla terra, coltivarono il culto di Santa Bona, introducendo anche nuove pratiche liturgiche. Il loro motto, Ora et labora, elevò il concetto di lavoro al valore della preghiera. E fu una rivoluzione potente.

Affresco conservato sulla parete est del chiostro

Attraverso lasciti e donazioni l’abbazia estese col tempo le sue proprietà diventando importante centro agricolo, cui fecero capo intere generazioni di fittavoli.
L’abbazia fu per più di trecento anni dal suo sorgere un faro di civiltà. Poi vennero gli anni della commenda, che videro alla sua guida alti prelati ecclesiastici, i quali non risiedevano nell’abbazia. Alcuni di loro apportarono interventi migliorativi, ma la loro assenza dal posto determinò anni di crisi e di abbandono, come in tutte le altre abbazie in regime commendatizio.
Quando l’abbazia fu venduta dalla repubblica di Venezia nel 1774 lo stato dei suoi edifici e delle proprietà terriere era in forte decadenza. La comperò Nicolò Erizzo, nobile veneziano. La fortuna dell’abbazia di Vidor fu l’incontro con una famiglia signorile che, per discendenza femminile, non l’abbandonò mai, anzi ne curò gli edifici e promosse fin da subito lo sviluppo dell’agricoltura, dell’allevamento del baco da seta e della vite.
Dopo la gravissima distruzione subita nel 1917 la contessa Alfonsa si impegnò per la sua ricostruzione e tutta l’opera fu portata avanti da sua figlia, contessa Margherita.

Facciata della chiesa dedicata a Santa Bona

Ai nostri giorni l’abbazia è di proprietà della famiglia signorile cui è giunta con il passaggio delle generazioni. Viene aperta al pubblico in alcune occasioni, le cui date sono comunicate attraverso il sito del comune di Vidor. Vi si svolgono cerimonie religiose ed eventi culturali. Il suo proprietario, conte dottor Alberto da Sacco, cura ogni angolo del grande complesso, senza forzare la sua anima ed è per questo che il tutto è ancora carico di suggestione.
Di quindici abbazie benedettine in diocesi di Ceneda, sorte intorno al 1200, ai nostri giorni ne sono rimaste pochissime. E Vidor è una di queste.

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